La tela fu realizzata per l’altare dell’oratorio della Presentazione della Vergine, dove rimase fino al 1821, quando il conte Cesare Bianchetti l’acquistò per l’Accademia di Belle Arti. Nell’opera Sirani, il più fedele collaboratore di Guido Reni, mostra la piena adesione alla poetica reniana, evidente in particolare nella nobiltà dell’invenzione, nella gamma cromatica lieve e nell’esecuzione attenta e sorvegliata.

Eseguito probabilmente tra il 1619 e il 1621 per la chiesa di Santa Caterina martire di Faenza su commissione del marchese Giacomo Filippo Spada, figlio del tesoriere di Romagna Paolo Spada, il grande dipinto fu collocato nella chiesa di Santa Francesca Romana di Brisighella nel 1632.
La composizione deriva dal celebre prototipo di Tiziano già  nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia andato distrutto nel 1867.

La tela, assieme a una Vergine in gloria (inv. 438) anch’essa conservata in Pinacoteca e che fungeva da sopraqquadro, si trovava nella chiesa di Gesù e Maria. Nonostante gli evidenti richiami a Guercino, Cantarini e soprattutto a Reni, di cui fu allievo, Desubleo realizza una composizione originale ed efficace, in cui il solenne impianto classicheggiante è vitalizzato dalla sincera retorica dei gesti e dei sentimenti e da un naturalismo e una lucidità ottica di ascendenza nordica.

Donato da Carlo Salaroli al Senato di Bologna ed esposto nell'appartamento del Gonfaloniere nel Palazzo Pubblico, è entrato in seguito con le soppressioni a far parte delle raccolte della Pinacoteca felsinea.
Nota elaborazione di un tema frequentemente trattato dal Cantarini nell'arco della sua breve e pur intensa carriera, è stato riferito alla fine del primo soggiorno bolognese per le tangenze più marcate con le opere di Guido Reni.

Il dipinto, che in origine si trovava nell’appartamento dell’abate dei Padri Celestini in Santo Stefano a Bologna, raffigura Pietro da Morrone, salito al soglio pontificio come Celestino V e fondatore della Congregazione degli Eremiti di San Domenico, diventati in seguito Celestini. Colpiscono i dati descrittivi della pittura del Cittadini, noto col soprannome di “il Milanese” a causa delle sue origini, e l’attenzione minuziosa con cui indaga la ricca decorazione della tiara papale e il prezioso ricamo del piviale, così come l’intensità dell’analisi fisionomica.

Commissionato nei primi anni trenta dalla famiglia Gavardini residente a Pesaro per ragioni di ordine commerciale, ma originaria di Limone di Gavardo nel Bresciano, il dipinto dovette raggiungere Limone solo più tardi, verso il 1645- 1646.
Nel 1680 passò a Bologna, presso Giuseppe Roda, per quanto fosse richiesto dal duca di Modena. in Pinacoteca pervenne nel 1823, venduto dal conte Cesare Bianchetti.
È opera degli inizi dell'artista e riflette i modelli dell'educazione marchigiana.